Come organizzare eventi nel tuo ristorante e massimizzare le prenotazioni (senza stress)
Come organizzare eventi nel tuo ristorante
e massimizzare le prenotazioni (senza stress)
Come organizzare eventi nel tuo ristorante
e massimizzare le prenotazioni (senza stress)
Come organizzare eventi nel tuo ristorante e massimizzare le prenotazioni (senza stress)
Quanto rende ogni tavolo nel ristorante? Guida alla redditività reale
Gestione ristorante

Molti ristoranti guardano l’incasso totale, ma non sanno quanto rende ogni tavolo. Scopri come analizzare redditività, rotazione e fasce orarie.
Indice contenuti
Un tavolo non vale solo per il numero di coperti
Il tempo è la variabile meno visibile
Le fasce orarie non hanno lo stesso peso
Molte decisioni nascono dall’intuizione
Pieno non significa profittevole
Dove entra in gioco Plateform
Conclusione
Perché molti ristoranti non sanno davvero quanto rende ogni tavolo
Alla fine della serata il ristorante guarda l’incasso complessivo. È il numero che decide se la giornata è andata bene oppure no.
Si confronta con il giorno prima, con la settimana scorsa, con lo stesso periodo dell’anno precedente.
È una misura utile, certo.
Ma è anche una misura molto generica.
Quello che raramente viene analizzato è come quell’incasso si sia formato davvero.
Non in modo teorico, ma concreto: quali tavoli hanno generato più valore, quali fasce orarie hanno lavorato meglio, dove si è perso margine senza accorgersene.
La maggior parte dei ristoranti osserva il risultato finale. Pochi entrano nella struttura di quel risultato.
Ed è proprio lì che si nasconde la differenza tra una sala semplicemente piena e una sala davvero efficiente.
Un tavolo non vale solo per il numero di coperti
È naturale pensare che la redditività dipenda soprattutto dal numero di persone sedute. Più coperti significano più scontrini, quindi più fatturato.
Tuttavia, il numero dei coperti è solo una parte dell’equazione.
Un tavolo da quattro che resta occupato per due ore e mezza può generare meno valore di un tavolo da due che gira due volte nello stesso intervallo di tempo.
Una prenotazione lunga, apparentemente “ricca”, può comprimere la possibilità di lavorare su un secondo turno.
Il problema non è il cliente che si trattiene.
È la mancanza di consapevolezza rispetto a quanto quel tempo incida sull’equilibrio complessivo della sala.
Il rendimento di un tavolo è sempre il risultato di tre elementi che convivono: spazio, tempo e organizzazione.
Se uno di questi non viene letto con chiarezza, la percezione rischia di essere distorta.
Il tempo è la variabile meno visibile
Tra tutte le componenti, il tempo è quella che incide di più e si vede di meno.
Non sempre è chiaro quanto duri mediamente un tavolo in una determinata fascia oraria, né quanto quella durata influenzi i turni successivi.
Molti ristoranti lavorano con un’idea approssimativa dei tempi, basata sull’esperienza, ma non su una lettura strutturata dei dati.
Quando un tavolo si prolunga oltre la durata ideale, l’effetto non si limita all’attesa del cliente successivo.
Si riflette sulla distribuzione degli arrivi, sulla pressione in cucina, sulla gestione dello staff. È un effetto a catena che spesso non viene ricondotto alla causa iniziale.
E quando il tempo non viene misurato, viene semplicemente assorbito.
Ma assorbire tempo significa assorbire margine.
Le fasce orarie non hanno lo stesso peso
Non tutte le ore della giornata hanno lo stesso valore economico.
Una prenotazione alle 19:30 incide diversamente rispetto a una alle 21:15. Uno slot centrale può bloccare opportunità successive, mentre una distribuzione più equilibrata può aumentare la rotazione senza creare pressione.
Quando le richieste si concentrano nelle stesse fasce, la sala sembra piena, ma non è detto che sia ottimizzata.
Può esserci congestione in alcuni momenti e sottoutilizzo in altri.
Può esserci stress operativo senza un reale aumento di redditività.
In assenza di una visione chiara dei flussi, il ristorante rischia di ottimizzare solo in apparenza.
Molte decisioni nascono dall’intuizione
L’esperienza conta moltissimo nella gestione di una sala.
Chi lavora da anni sviluppa una sensibilità che permette di anticipare problemi e leggere dinamiche complesse.
Ma l’intuizione, da sola, non basta quando il volume aumenta.
Se non è chiaro quanto rende mediamente un tavolo in una determinata fascia, quali spazi girano meglio e quali invece restano occupati più a lungo, le decisioni vengono prese a sensazione.
A volte funzionano.
Altre volte comprimono opportunità senza che ce ne si renda conto.
Non sapere quanto rende ogni tavolo significa non avere una mappa precisa di dove si sta generando valore e dove invece si sta semplicemente lavorando tanto.
Pieno non significa profittevole
Un ristorante può essere pieno e non essere ottimizzato.
Può avere la sala occupata e allo stesso tempo perdere margine invisibile.
Quando manca la lettura combinata di prenotazioni, durate, fasce orarie e rotazione, si rischia di confondere volume con controllo.
Il lavoro aumenta, ma non è detto che aumenti proporzionalmente anche la redditività.
La vera differenza non è tra pieno e vuoto.
È tra pieno e consapevole.
Dove entra in gioco Plateform
È in questo punto che strumenti integrati come Plateform iniziano a fare la differenza.
Non perché “calcolano di più”, ma perché rendono visibile ciò che spesso resta implicito: la relazione tra prenotazioni, turni, durata dei tavoli e flussi della sala.
Quando questi elementi sono collegati, il ristorante non guarda solo l’incasso finale, ma può iniziare a comprendere come si è formato.
E questa consapevolezza cambia il modo in cui vengono prese le decisioni future.
Non si tratta di trasformare la sala in un foglio di calcolo.
Si tratta di avere abbastanza visione per capire dove intervenire, con equilibrio.
Conclusione
Molti ristoranti lavorano bene, incassano bene, riempiono la sala.
Ma non sempre sanno davvero quanto renda ogni tavolo.
E questa non è una critica. È una constatazione.
Perché finché ci si limita a osservare il risultato finale, si perde l’opportunità di migliorare la struttura che lo genera.
Quando invece si inizia a leggere il tempo, la rotazione e le fasce orarie come parti di un sistema, la sala smette di essere solo piena e diventa più consapevole.
E una sala consapevole è una sala più solida, soprattutto quando la domanda cresce.
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Molti ristoranti guardano l’incasso totale, ma non sanno quanto rende ogni tavolo. Scopri come analizzare redditività, rotazione e fasce orarie.
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Un tavolo non vale solo per il numero di coperti
Il tempo è la variabile meno visibile
Le fasce orarie non hanno lo stesso peso
Molte decisioni nascono dall’intuizione
Pieno non significa profittevole
Dove entra in gioco Plateform
Conclusione
Perché molti ristoranti non sanno davvero quanto rende ogni tavolo
Alla fine della serata il ristorante guarda l’incasso complessivo. È il numero che decide se la giornata è andata bene oppure no.
Si confronta con il giorno prima, con la settimana scorsa, con lo stesso periodo dell’anno precedente.
È una misura utile, certo.
Ma è anche una misura molto generica.
Quello che raramente viene analizzato è come quell’incasso si sia formato davvero.
Non in modo teorico, ma concreto: quali tavoli hanno generato più valore, quali fasce orarie hanno lavorato meglio, dove si è perso margine senza accorgersene.
La maggior parte dei ristoranti osserva il risultato finale. Pochi entrano nella struttura di quel risultato.
Ed è proprio lì che si nasconde la differenza tra una sala semplicemente piena e una sala davvero efficiente.
Un tavolo non vale solo per il numero di coperti
È naturale pensare che la redditività dipenda soprattutto dal numero di persone sedute. Più coperti significano più scontrini, quindi più fatturato.
Tuttavia, il numero dei coperti è solo una parte dell’equazione.
Un tavolo da quattro che resta occupato per due ore e mezza può generare meno valore di un tavolo da due che gira due volte nello stesso intervallo di tempo.
Una prenotazione lunga, apparentemente “ricca”, può comprimere la possibilità di lavorare su un secondo turno.
Il problema non è il cliente che si trattiene.
È la mancanza di consapevolezza rispetto a quanto quel tempo incida sull’equilibrio complessivo della sala.
Il rendimento di un tavolo è sempre il risultato di tre elementi che convivono: spazio, tempo e organizzazione.
Se uno di questi non viene letto con chiarezza, la percezione rischia di essere distorta.
Il tempo è la variabile meno visibile
Tra tutte le componenti, il tempo è quella che incide di più e si vede di meno.
Non sempre è chiaro quanto duri mediamente un tavolo in una determinata fascia oraria, né quanto quella durata influenzi i turni successivi.
Molti ristoranti lavorano con un’idea approssimativa dei tempi, basata sull’esperienza, ma non su una lettura strutturata dei dati.
Quando un tavolo si prolunga oltre la durata ideale, l’effetto non si limita all’attesa del cliente successivo.
Si riflette sulla distribuzione degli arrivi, sulla pressione in cucina, sulla gestione dello staff. È un effetto a catena che spesso non viene ricondotto alla causa iniziale.
E quando il tempo non viene misurato, viene semplicemente assorbito.
Ma assorbire tempo significa assorbire margine.
Le fasce orarie non hanno lo stesso peso
Non tutte le ore della giornata hanno lo stesso valore economico.
Una prenotazione alle 19:30 incide diversamente rispetto a una alle 21:15. Uno slot centrale può bloccare opportunità successive, mentre una distribuzione più equilibrata può aumentare la rotazione senza creare pressione.
Quando le richieste si concentrano nelle stesse fasce, la sala sembra piena, ma non è detto che sia ottimizzata.
Può esserci congestione in alcuni momenti e sottoutilizzo in altri.
Può esserci stress operativo senza un reale aumento di redditività.
In assenza di una visione chiara dei flussi, il ristorante rischia di ottimizzare solo in apparenza.
Molte decisioni nascono dall’intuizione
L’esperienza conta moltissimo nella gestione di una sala.
Chi lavora da anni sviluppa una sensibilità che permette di anticipare problemi e leggere dinamiche complesse.
Ma l’intuizione, da sola, non basta quando il volume aumenta.
Se non è chiaro quanto rende mediamente un tavolo in una determinata fascia, quali spazi girano meglio e quali invece restano occupati più a lungo, le decisioni vengono prese a sensazione.
A volte funzionano.
Altre volte comprimono opportunità senza che ce ne si renda conto.
Non sapere quanto rende ogni tavolo significa non avere una mappa precisa di dove si sta generando valore e dove invece si sta semplicemente lavorando tanto.
Pieno non significa profittevole
Un ristorante può essere pieno e non essere ottimizzato.
Può avere la sala occupata e allo stesso tempo perdere margine invisibile.
Quando manca la lettura combinata di prenotazioni, durate, fasce orarie e rotazione, si rischia di confondere volume con controllo.
Il lavoro aumenta, ma non è detto che aumenti proporzionalmente anche la redditività.
La vera differenza non è tra pieno e vuoto.
È tra pieno e consapevole.
Dove entra in gioco Plateform
È in questo punto che strumenti integrati come Plateform iniziano a fare la differenza.
Non perché “calcolano di più”, ma perché rendono visibile ciò che spesso resta implicito: la relazione tra prenotazioni, turni, durata dei tavoli e flussi della sala.
Quando questi elementi sono collegati, il ristorante non guarda solo l’incasso finale, ma può iniziare a comprendere come si è formato.
E questa consapevolezza cambia il modo in cui vengono prese le decisioni future.
Non si tratta di trasformare la sala in un foglio di calcolo.
Si tratta di avere abbastanza visione per capire dove intervenire, con equilibrio.
Conclusione
Molti ristoranti lavorano bene, incassano bene, riempiono la sala.
Ma non sempre sanno davvero quanto renda ogni tavolo.
E questa non è una critica. È una constatazione.
Perché finché ci si limita a osservare il risultato finale, si perde l’opportunità di migliorare la struttura che lo genera.
Quando invece si inizia a leggere il tempo, la rotazione e le fasce orarie come parti di un sistema, la sala smette di essere solo piena e diventa più consapevole.
E una sala consapevole è una sala più solida, soprattutto quando la domanda cresce.
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Molti ristoranti guardano l’incasso totale, ma non sanno quanto rende ogni tavolo. Scopri come analizzare redditività, rotazione e fasce orarie.
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Un tavolo non vale solo per il numero di coperti
Il tempo è la variabile meno visibile
Le fasce orarie non hanno lo stesso peso
Molte decisioni nascono dall’intuizione
Pieno non significa profittevole
Dove entra in gioco Plateform
Conclusione
Perché molti ristoranti non sanno davvero quanto rende ogni tavolo
Alla fine della serata il ristorante guarda l’incasso complessivo. È il numero che decide se la giornata è andata bene oppure no.
Si confronta con il giorno prima, con la settimana scorsa, con lo stesso periodo dell’anno precedente.
È una misura utile, certo.
Ma è anche una misura molto generica.
Quello che raramente viene analizzato è come quell’incasso si sia formato davvero.
Non in modo teorico, ma concreto: quali tavoli hanno generato più valore, quali fasce orarie hanno lavorato meglio, dove si è perso margine senza accorgersene.
La maggior parte dei ristoranti osserva il risultato finale. Pochi entrano nella struttura di quel risultato.
Ed è proprio lì che si nasconde la differenza tra una sala semplicemente piena e una sala davvero efficiente.
Un tavolo non vale solo per il numero di coperti
È naturale pensare che la redditività dipenda soprattutto dal numero di persone sedute. Più coperti significano più scontrini, quindi più fatturato.
Tuttavia, il numero dei coperti è solo una parte dell’equazione.
Un tavolo da quattro che resta occupato per due ore e mezza può generare meno valore di un tavolo da due che gira due volte nello stesso intervallo di tempo.
Una prenotazione lunga, apparentemente “ricca”, può comprimere la possibilità di lavorare su un secondo turno.
Il problema non è il cliente che si trattiene.
È la mancanza di consapevolezza rispetto a quanto quel tempo incida sull’equilibrio complessivo della sala.
Il rendimento di un tavolo è sempre il risultato di tre elementi che convivono: spazio, tempo e organizzazione.
Se uno di questi non viene letto con chiarezza, la percezione rischia di essere distorta.
Il tempo è la variabile meno visibile
Tra tutte le componenti, il tempo è quella che incide di più e si vede di meno.
Non sempre è chiaro quanto duri mediamente un tavolo in una determinata fascia oraria, né quanto quella durata influenzi i turni successivi.
Molti ristoranti lavorano con un’idea approssimativa dei tempi, basata sull’esperienza, ma non su una lettura strutturata dei dati.
Quando un tavolo si prolunga oltre la durata ideale, l’effetto non si limita all’attesa del cliente successivo.
Si riflette sulla distribuzione degli arrivi, sulla pressione in cucina, sulla gestione dello staff. È un effetto a catena che spesso non viene ricondotto alla causa iniziale.
E quando il tempo non viene misurato, viene semplicemente assorbito.
Ma assorbire tempo significa assorbire margine.
Le fasce orarie non hanno lo stesso peso
Non tutte le ore della giornata hanno lo stesso valore economico.
Una prenotazione alle 19:30 incide diversamente rispetto a una alle 21:15. Uno slot centrale può bloccare opportunità successive, mentre una distribuzione più equilibrata può aumentare la rotazione senza creare pressione.
Quando le richieste si concentrano nelle stesse fasce, la sala sembra piena, ma non è detto che sia ottimizzata.
Può esserci congestione in alcuni momenti e sottoutilizzo in altri.
Può esserci stress operativo senza un reale aumento di redditività.
In assenza di una visione chiara dei flussi, il ristorante rischia di ottimizzare solo in apparenza.
Molte decisioni nascono dall’intuizione
L’esperienza conta moltissimo nella gestione di una sala.
Chi lavora da anni sviluppa una sensibilità che permette di anticipare problemi e leggere dinamiche complesse.
Ma l’intuizione, da sola, non basta quando il volume aumenta.
Se non è chiaro quanto rende mediamente un tavolo in una determinata fascia, quali spazi girano meglio e quali invece restano occupati più a lungo, le decisioni vengono prese a sensazione.
A volte funzionano.
Altre volte comprimono opportunità senza che ce ne si renda conto.
Non sapere quanto rende ogni tavolo significa non avere una mappa precisa di dove si sta generando valore e dove invece si sta semplicemente lavorando tanto.
Pieno non significa profittevole
Un ristorante può essere pieno e non essere ottimizzato.
Può avere la sala occupata e allo stesso tempo perdere margine invisibile.
Quando manca la lettura combinata di prenotazioni, durate, fasce orarie e rotazione, si rischia di confondere volume con controllo.
Il lavoro aumenta, ma non è detto che aumenti proporzionalmente anche la redditività.
La vera differenza non è tra pieno e vuoto.
È tra pieno e consapevole.
Dove entra in gioco Plateform
È in questo punto che strumenti integrati come Plateform iniziano a fare la differenza.
Non perché “calcolano di più”, ma perché rendono visibile ciò che spesso resta implicito: la relazione tra prenotazioni, turni, durata dei tavoli e flussi della sala.
Quando questi elementi sono collegati, il ristorante non guarda solo l’incasso finale, ma può iniziare a comprendere come si è formato.
E questa consapevolezza cambia il modo in cui vengono prese le decisioni future.
Non si tratta di trasformare la sala in un foglio di calcolo.
Si tratta di avere abbastanza visione per capire dove intervenire, con equilibrio.
Conclusione
Molti ristoranti lavorano bene, incassano bene, riempiono la sala.
Ma non sempre sanno davvero quanto renda ogni tavolo.
E questa non è una critica. È una constatazione.
Perché finché ci si limita a osservare il risultato finale, si perde l’opportunità di migliorare la struttura che lo genera.
Quando invece si inizia a leggere il tempo, la rotazione e le fasce orarie come parti di un sistema, la sala smette di essere solo piena e diventa più consapevole.
E una sala consapevole è una sala più solida, soprattutto quando la domanda cresce.
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Le fasce orarie non hanno lo stesso peso
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Perché molti ristoranti non sanno davvero quanto rende ogni tavolo
Alla fine della serata il ristorante guarda l’incasso complessivo. È il numero che decide se la giornata è andata bene oppure no.
Si confronta con il giorno prima, con la settimana scorsa, con lo stesso periodo dell’anno precedente.
È una misura utile, certo.
Ma è anche una misura molto generica.
Quello che raramente viene analizzato è come quell’incasso si sia formato davvero.
Non in modo teorico, ma concreto: quali tavoli hanno generato più valore, quali fasce orarie hanno lavorato meglio, dove si è perso margine senza accorgersene.
La maggior parte dei ristoranti osserva il risultato finale. Pochi entrano nella struttura di quel risultato.
Ed è proprio lì che si nasconde la differenza tra una sala semplicemente piena e una sala davvero efficiente.
Un tavolo non vale solo per il numero di coperti
È naturale pensare che la redditività dipenda soprattutto dal numero di persone sedute. Più coperti significano più scontrini, quindi più fatturato.
Tuttavia, il numero dei coperti è solo una parte dell’equazione.
Un tavolo da quattro che resta occupato per due ore e mezza può generare meno valore di un tavolo da due che gira due volte nello stesso intervallo di tempo.
Una prenotazione lunga, apparentemente “ricca”, può comprimere la possibilità di lavorare su un secondo turno.
Il problema non è il cliente che si trattiene.
È la mancanza di consapevolezza rispetto a quanto quel tempo incida sull’equilibrio complessivo della sala.
Il rendimento di un tavolo è sempre il risultato di tre elementi che convivono: spazio, tempo e organizzazione.
Se uno di questi non viene letto con chiarezza, la percezione rischia di essere distorta.
Il tempo è la variabile meno visibile
Tra tutte le componenti, il tempo è quella che incide di più e si vede di meno.
Non sempre è chiaro quanto duri mediamente un tavolo in una determinata fascia oraria, né quanto quella durata influenzi i turni successivi.
Molti ristoranti lavorano con un’idea approssimativa dei tempi, basata sull’esperienza, ma non su una lettura strutturata dei dati.
Quando un tavolo si prolunga oltre la durata ideale, l’effetto non si limita all’attesa del cliente successivo.
Si riflette sulla distribuzione degli arrivi, sulla pressione in cucina, sulla gestione dello staff. È un effetto a catena che spesso non viene ricondotto alla causa iniziale.
E quando il tempo non viene misurato, viene semplicemente assorbito.
Ma assorbire tempo significa assorbire margine.
Le fasce orarie non hanno lo stesso peso
Non tutte le ore della giornata hanno lo stesso valore economico.
Una prenotazione alle 19:30 incide diversamente rispetto a una alle 21:15. Uno slot centrale può bloccare opportunità successive, mentre una distribuzione più equilibrata può aumentare la rotazione senza creare pressione.
Quando le richieste si concentrano nelle stesse fasce, la sala sembra piena, ma non è detto che sia ottimizzata.
Può esserci congestione in alcuni momenti e sottoutilizzo in altri.
Può esserci stress operativo senza un reale aumento di redditività.
In assenza di una visione chiara dei flussi, il ristorante rischia di ottimizzare solo in apparenza.
Molte decisioni nascono dall’intuizione
L’esperienza conta moltissimo nella gestione di una sala.
Chi lavora da anni sviluppa una sensibilità che permette di anticipare problemi e leggere dinamiche complesse.
Ma l’intuizione, da sola, non basta quando il volume aumenta.
Se non è chiaro quanto rende mediamente un tavolo in una determinata fascia, quali spazi girano meglio e quali invece restano occupati più a lungo, le decisioni vengono prese a sensazione.
A volte funzionano.
Altre volte comprimono opportunità senza che ce ne si renda conto.
Non sapere quanto rende ogni tavolo significa non avere una mappa precisa di dove si sta generando valore e dove invece si sta semplicemente lavorando tanto.
Pieno non significa profittevole
Un ristorante può essere pieno e non essere ottimizzato.
Può avere la sala occupata e allo stesso tempo perdere margine invisibile.
Quando manca la lettura combinata di prenotazioni, durate, fasce orarie e rotazione, si rischia di confondere volume con controllo.
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Non perché “calcolano di più”, ma perché rendono visibile ciò che spesso resta implicito: la relazione tra prenotazioni, turni, durata dei tavoli e flussi della sala.
Quando questi elementi sono collegati, il ristorante non guarda solo l’incasso finale, ma può iniziare a comprendere come si è formato.
E questa consapevolezza cambia il modo in cui vengono prese le decisioni future.
Non si tratta di trasformare la sala in un foglio di calcolo.
Si tratta di avere abbastanza visione per capire dove intervenire, con equilibrio.
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E questa non è una critica. È una constatazione.
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